Flavio

Google+ : real-casting o anonymous-casting?

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Google+ ha raccolto oltre 20 milioni di iscritti in meno di un mese.
Durante questo primo periodo di “prova” Google pare che stia rendendo furiosi alcuni utenti ai quali ha chiuso l’account con l’accusa di utilizzare pseudonimi al posto del nome reale.
Qui il problema nasce dal fatto che si richiede di utilizzare come “nickname” il proprio nome reale e non si permette invece di scegliere un nickname di fantasia, mentre si rilascia eventualmente in area riservata la propria vera identità.

Perchè questa scelta?
Google dichiara che essa è dovuta alla natura stessa del servizio: in pratica chi frequenta un social network dovrebbe essere in grado di cercare e trovare amici e parenti nel modo più veloce e semplice possibile. e questo si ottiene, sempre secondo Google, richiedendo di iscriversi con il proprio nome reale.
Ad onor del vero, anche altri primari social network non si discontano molto da questa posizione.
Altri motivi a favore dell’uso di nomi reali sono: diminuisce sensibilmente lo spam, rende l’interazione in comunità più responsabile e più onesta, quando ci si mette la “faccia”.

Chi è invece critico con questa scelta, sottolinea il fatto che in termini pubblicitari vale molto di più un’identità reale di una anonima.
In realtà fino ad oggi nei servizi classici (siti di news, informazioni, siti tematici, servizi di posta elettronica e fax free) la pubblicità si è sempre venduta per gruppi di acquisto (giovani con meno di X anni, maschi o femmine, single o sposati, con figli o senza) a prescindere dal nome del singolo. Operando delle statistiche di comunità.
Mentre (pare) che per i social network la lotta per la raccolta pubblicitaria si stia spostando sempre più sul terreno dell’individuo. E’ logico. Un gruppo composto da 1.000 persone è pur sempre un gruppo. 1.000 messaggi personalizzati, uno per ogni individuo, possono generare molti più ordini di un messaggio pubblicitario uguale per 1.000 persone.

Ma la scelta di Google+ ha fatto nascere la protesta in quei paesi dove non sempre è possibile per tutti dichiarare pubblicamente il proprio nome.
In particolare nei paesi dove il controllo nella Rete dello stato è stretto e dove le idee non si può dire che possano circolare proprio liberamente.
In pratica nei paesi dove vige il reato di opinione. Qui meno elementi si forniscono sull’identità di chi posta nel web più “si allunga la vita”, parafrasando un noto spot pubblicitario.
Molte delle recenti rivoluzioni nei paesi mediterranei sono state rese possibili grazie al passa parola nei social network, grazie quindi ai giovani primi utilizzatori del mezzo che ha permesso di cortocircuitare le emozioni di molti, di tanti, della maggioranza (fino ad ieri) silenziosa.
Mentre la stagione del broadcasting, ovvero della comunicazione da uno (UNO) a molti, di fatto sta tramontando, le regole per la comunicazione interattiva (multi-casting) si stanno formando.

Sarà real-casting o anonymous-casting?

Redbeard

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